Violenza sessuale arma di guerra

La Risoluzione ONU approvata il 23 aprile 2019 dal Consiglio di sicurezza stabilisce per la prima volta che lo stupro è una vera e propria arma di guerra. Viene usato, infatti per colpire il nemico nel suo “anello debole”, umiliarlo, disgregare le famiglie, seminare il terrore e distruggere le comunità, e a volte modificare la composizione etnica delle generazioni successive.

La violenza sessuale è quindi un’arma vera e propria, usata sistematicamente e intenzionalmente, non solo il triste prezzo di un conflitto a cui guardare con rassegnazione atavica.

Le agenzie delle Nazioni Unite calcolano che nei tre mesi del genocidio del Rwanda del 1994 siano state stuprate tra le 100.000 e le 250.000 donne, decine di migliaia in Sierra Leone, in Liberia (1989-2003), nella Repubblica Democratica del Congo, nella ex Jugoslavia. È stato proprio a partire delle violenze contro le donne musulmane in Bosnia che nel 1992 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lo ha dichiarato un crimine internazionale e così poi i vari Tribunali penali internazionali, che purtroppo arrivano sempre troppo tardi per difendere le vittime dei conflitti.

Tolti i riferimenti alla “salute riproduttiva” (implicitamente sostegno all’aborto per le vittime), e anche se indebolita per quanto riguarda gli strumenti di contrasto, la Risoluzione é stata votata con 13 voti a favore e due astenuti (Russia e Cina), con il sostegno dei premi Nobel per la pace, la yazida Nadia Murad e del medico Denis Mukwege di Bukavu.

Riconoscere la violenza sessuale come crimine internazionale è importante non solo sul piano penale. Punire non è mai l’unica soluzione. È necessario a noi tutti per capire dove può arrivare l’odio scatenato dalle guerre, e come le donne, principali vittime delle violenze sessuali, siano spesso viste come oggetti per colpire e umiliare altri uomini. Per far del male al mio nemico uso la sua donna. È una visione che viene da lontano, questa del confronto non tra esseri umani con lo stesso valore, ma tra uomini che violano, scambiano, colpiscono, utilizzano le “loro” donne e quelle “degli altri”. Il fatto che queste battaglie culturali, ancora lunghe e difficili, siano fatte principalmente dalle donne, non è un segno di debolezza ma di forza (se non saranno lasciate sole) perché restituisce loro la dignità che si vuole togliere.

Milena Santerini