Sono una donna e dico che non mi piace

Devo supporre che il mio parere interessi, visto che in piazza è stata collocata proprio perché intercetti il mio sguardo, mentre ci passo davanti, uscendo trafelata dal metrò. Passante come tanti, non sono io che vado a cercarla in un museo: non ne conosco l’autore e i riferimenti culturali. E di storia dell’arte so quel poco che basta, sforzandomi un po’, per vederci dentro al massimo il richiamo alle veneri preistoriche o forse – ma sarebbe banale – a Botero. Se avessero  voluto che parlasse a un pubblico diverso da me, l’avrebbero collocata in una galleria d’arte. Invece mi è stata piazzata davanti al Duomo, nella settimana ipermilanese del Salone del Mobile. E allora mi sento autorizzata a ripetere: se l’avete messa lì in omaggio a me, ignorante di cose d’arte, a me donna,  grazie, posso farne a meno.

L’opera di Gaetano Pesce collocata in piazza Duomo per la Design Week e intitolata «Maestà sofferente»

Mi spiegano che si tratta di una “maestà sofferente”. E allora faccio sommessamente presente che mi è difficile trovare segni di maestà nell’esasperazione stilizzata di forme femminili acefale. E ancora più difficile leggere sofferenza in una sagoma di materia artificiale statica, stereotipata e priva di espressione. Ci sono le frecce, vero. Come in un puntaspilli inanimato che non restituisce alla forma alcuna movenza umana, o almeno vivente.

Io ci vedo – abbiate pazienza – un femminile parziale e passivo, che di accogliente e reattivo e dialogico non ha nulla: e sono sicura che non è questa la dimensione che fa di me una donna, che fa di noi delle donne.  Non c’è testa, non c’è volto, non c’è anima, in quella forma. E ben altro che punture di freccia sono le violazioni del femminile che fanno sanguinare la storia delle donne: sono lividi e ferite e bruciature ed esclusioni, fisiche e psichiche, che segnano di cicatrici profonde, che generano ansia, angoscia, umiliazione e perdita di sé; da cui è difficile emergere, se mai se ne possa emergere.

C’erano mille modi per rappresentarle, se erano queste che si volevano raccontare.

E a me, che di storia dell’arte so poco e niente, le hanno raccontate davvero centinaia di artisti, uomini e donne, che nei secoli con il dolore delle donne lacerate hanno fatto i conti di persona, emozionandomi e facendomi pensare. E animando il mio desiderio di sottrarmi a sguardi che mi espropriano di quanto di più vivo la mia femminilità ha da mettere in campo, per proteggere dalle frecce l’umano di cui sono custode. Il che non avviene se concentro lo sguardo, più irritato che coinvolto, su quella che di fatto per me rimane – mi spiace – una monumentale poltrona antropomorfa.

O piuttosto ginomorfa dovrei dire.  Ma non so se il vocabolo abbia diritto di cittadinanza, come succede tante volte quando un concetto astratto è stato elaborato storicamente solo al maschile, o al più al neutro: anche questo la dice lunga, molto lunga. E certo non solo sulle installazioni del Fuorisalone a Milano.

Paola Pessina