Sono figlia di migranti

Ci ho pensato tanto prima di scrivere quanto segue ma sento che è arrivato il momento.

Sono nata negli anni sessanta all’estero e per la precisione in Honduras, paese oggi in fermento dell’America latina. Da genitori italiani, o perlomeno di origine italiana perché mia mamma è nata a Tunisi più di ottanta anni fa, così mia nonna e la mia bisnonna. Insomma nella mia famiglia solo mio padre e mia sorella possono vantare la loro nascita nel Bel Paese. Il papà di mio padre, ingegnere laureato al Politecnico di Torino, era un alto ufficiale durante la seconda guerra mondiale, conobbe D’Annunzio e altre celebrità di quegli anni. Impegnato nella difesa nazionale ebbe un tracollo fortissimo quando vide il male e le ingiustizie che quel conflitto aveva provocato. In pochi anni morì, esaurendo in farmaci e cure mediche tutti i beni di famiglia.

Mia nonna vedova non vide altra possibilità che far interrompere gli studi a mio padre perché cercasse un lavoro. Dalla tata tedesca e le vacanze sugli sci nelle dolomiti papà si dovette adattare ai lavori più umili, compreso fare traslochi. Finché gli fu proposto un lavoro in Sud America, dapprima in Venezuela. Per raggiungere la destinazione s’imbarcò in una grossa nave, viaggiando in terza classe e dopo circa un mese arrivò.

Il suo passato scout gli fece vivere tutto come un’avventura e non si scoraggiò mai, adattandosi ai ritmi, alle condizioni atmosferiche, ma anche alle innumerevoli privazioni che tutti quegli spostamenti gli provocarono. Credo che per lui sia stato difficile adattarsi anche se non me ne ha mai parlato, mi ha sempre raccontato invece la bellezza di scoprire posti nuovi.

Incontrato mia mamma a Roma, che a sua volta aveva dovuto lasciare la terra, la casa e tutti gli innumerevoli beni a Tunisi perché il conflitto impediva agli italiani di restare tali, dopo poco decise di sposarsi. Seppure la guerra li aveva privati di molto, i miei genitori portavano nel cuore il sogno di poter ricostruire un futuro migliore per loro e per i figli che sarebbero nati.

Arrivati a New York in viaggio di nozze, la polizia locale mise mia madre in una sorta di quarantena e la separarono da mio padre, perché il suo cognome era simile a quello di una famiglia mafiosa. Dopo quasi 24 ore la dimisero senza neanche chiederle scusa. Uscirono umiliati e distrutti da quella triste esperienza e non vollero mai più andare negli Stati Uniti. Ci andai da sola tanti anni dopo con una delegazione italiana per uno studio importante sulla crisi delle città del ventunesimo secolo.

Dopo la mia nascita in mezzo alla giungla, come spesso mi diceva mia madre, in breve diventammo cittadini del mondo passando da un continente all’altro. Dall’Honduras alla Nigeria, dall’Italia al Venezuela, fino a decidere di restare per sempre in Italia. Per me fu uno shock, capivo poco la lingua, avevo vissuto nei Paesi caldi e non sopportavo maglie, magliette, calze e scarponi. Non c’erano più tutti quegli animali con cui avevo trascorso le mie lunghe giornate tropicali, come le piccole scimmie curiose, i cani e i gatti. Per non parlare delle persone poi … che erano terribilmente pallide. Mia madre ricorda ancora divertita l’arrivo all’aeroporto di Roma e il mio pianto irrefrenabile che si è consolato solo alla vista di una persona di colore.

In ogni trascolo intercontinentale dovevamo lasciare quasi tutto, a partire dai miei giochi, e io dovevo sempre imparare la lingua del posto. I miei genitori mi hanno sempre insegnato il rispetto per l’altro, la ricchezza che nasce dall’incontro delle persone che provengono da altri stati del mondo. Mi hanno anche insegnato a non fare distinzione tra il ricco e il povero, tra l’italiano e lo straniero. Mi hanno fatto apprezzare la bellezza dei viaggi, l’ambiente, il gusto per la cucina locale. Ancora adesso il piatto della festa della mia famiglia è paella e sangria. Finché ho scelto di studiare geologia per seguire le orme paterne in giro per il mondo, perché mi hanno sempre lasciata libera di scegliere. Ma ero stata chiamata ad altro e conseguito l’esame di stato ho deciso di seguire un altro cammino alla sequela del Signore Gesù, in una vita comunque avventurosa, in aiuto ai più emarginati. Oggi sono responsabile di un centro che ospita mamme con bambini che vengono da ogni parte del mondo. Insieme ai molteplici collaboratori cerchiamo di dare loro la possibilità di diventare autonome, aiutando a trovare in Italia un futuro migliore impegnandosi nel lavoro e nella ricerca di una casa, oltre a superare gli innumerevoli ostacoli posti dalla burocrazia. Un lavoro certamente non facile ma che mi ha fatto assistere in sala parto a ben 4 nascite di bimbi bellissimi e a gioire per chi ha messo su una piccola azienda, si è comprato casa o ha trovato un lavoro decoroso. Alcuni di quei bimbi sono andati all’Università e qualcuno è diventato persino un musicista. Insieme alla mia consorella ora anziana e a tanti volontari prima e a collaboratori dopo, abbiamo trasformato uno spazio abbandonato nella zona sud di Milano, mettendo in luce le sue originarie bellezze, in un luogo ricco di pace e aperto all’accoglienza. Continuo a credere nelle persone e a un futuro migliore dove le differenze più che un ostacolo rappresentano spesso un’opportunità per diventare migliori.

Gloria Mari