L’umanesimo femminile di Paolo VI (II parte)

Sul piano delle conseguenze pastorali, il bilancio del pontificato di Paolo VI non è entusiasmante, ma egli è comunque il primo a coinvolgere le donne nella pastorale ecclesiale; nel 1967 chiama l’australiana Rosemary Goldie come sottosegretario del Consiglio dei laici, ed è la prima volta che una laica entra a far parte di un dicastero vaticano.

Negli anni ’60 e ’70 il femminismo rappresenta un problema sociale esplosivo e la crisi investe con violenza anche la Chiesa, accusata di opporsi ad un’autentica liberazione della donna e di mostrarsi sessuofoba e repressiva. Paolo VI cerca di spiegare di quale donna la Chiesa parli; la Parola di Dio e la tradizione magisteriale sono i fondamenti della sua concezione e ne disegnano i limiti, in un contesto sociale che per il pontefice è sconcertante. Il punto di forza del pensiero montiniano è la proposta della «vera, umana e cristiana femminilità» e il polo di attenzione più frequente è la famiglia nel disegno di Dio e il ruolo della donna al suo interno, che deve essere riconosciuto come piena corresponsabilità con l’uomo e insieme valorizzazione del compito di accogliere la vita (v. il Messaggio alle donne africane, 29 giugno 1967).

In questi anni, anche le donne cattoliche soffrono la troppo lentamente praticata uguaglianza giuridica e lavorativa. Non vengono più pensate in termini solo di elettrici, ma laddove sono impegnate nei movimenti associativi, li sentono inadeguati ad affrontare le nuove problematiche, che spesso vengono così misconosciute da portare addirittura allo scioglimento delle componenti femminili di taluni gruppi (è il caso delle Acli). Per contro, la pastorale locale pone un gran numero di donne al centro della parrocchia, con la catechesi, il volontariato, l’assistenza.

Lo sguardo di Paolo VI sul movimento femminista più oltranzista è critico soprattutto in merito alle campagne di questi anni in favore del divorzio e dell’aborto. La difesa della dignità della donna, nell’esortazione apostolica Octogesima adveniens, del 1971, porta il pontefice ad appoggiare l’idea di stendere uno «statuto» internazionale della donna «che faccia cessare una discriminazione effettiva e stabilisca dei rapporti di uguaglianza nei diritti e il rispetto della sua dignità». Alcune misure giuridiche in Italia arrivano negli anni del pontificato di Montini: nel 1963 le donne sono ammesse in magistratura e si approva il divieto di licenziamento causa matrimonio; nel 1975 viene varato il nuovo diritto di famiglia e si istituiscono i consultori familiari e nel 1976 è affermata (!) la parità di retribuzione, a parità di lavoro, con gli uomini.

Il papa non si sottrae al dovere di denuncia; con il Cif affronta anche l’argomento della violenza sulle donne: «La Chiesa di oggi non può non trovarsi dalla parte della donna, soprattutto là dove questa da soggetto attivo e responsabile viene umiliata ad oggetto passivo e insignificante: così in certi ambienti di lavoro come in certe strumentalizzazioni deteriori dei mass-media, nei rapporti sociali e nella famiglia. Si direbbe che per alcuni la donna rappresenti oggi lo strumento più facile per portare a segno le proprie tendenze alla violenza e al sopruso. Di qui si spiega e in parte si comprende l’atteggiamento acerbo di ritorsione anche irruente proprio di alcuni movimenti femminili».

Il discorso di papa Montini è ampio e profondo, ma viene percepito dalla stampa soprattutto in merito alla questione dell’ordinazione sacerdotale femminile, che esplode in questi anni, rinfocolata due documenti del 1972 e 1976, che istituiscono i ministeri laicali dell’accolitato e del lettorato, escludendo le donne dal loro esercizio; e confermano il rifiuto dell’ammissione al sacerdozio: il ruolo delle donne non è di fondare, ma di mantenere viva la Chiesa. Paolo VI, che nel 1970 proclama santa Teresa d’Avila e santa Caterina da Siena dottori della Chiesa, nel 1973 istituisce una Commissione di studio sulla funzione della donna nella società e nella Chiesa, in vista dell’Anno internazionale della donna programmato dall’Onu per il 1975. Alla Conferenza partecipa una delegazione della Santa Sede, della quale fa parte madre Teresa di Calcutta, che esprime riserve sul Piano d’azione mondiale approvato, che presenta la funzione materna come un ostacolo alla promozione della donna e approva implicitamente la legalizzazione dell’aborto.

La prospettiva di Paolo VI presenta insomma la grandiosità di un progetto antropologico molto elevato e integrale, compreso solo parzialmente ai suoi tempi, nel quale la donna è parte fondante della «civiltà dell’amore».

Giselda Adornato