L’«umanesimo femminile» di Paolo VI (I parte)

Il 24 maggio papa Francesco ha nominato cinque nuovi consultori della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, tra i quali, per la prima volta, figurano tre donne, due religiose e una laica. È l’occasione per richiamare quali sono l’immagine e il ruolo della donna in Giovanni Battista Montini-Paolo VI, il quale il 15 settembre 1965 istituisce il Sinodo, sulla scorta del decreto conciliare Christus Dominus.

Parlando a Jean Guitton di sua madre, Paolo VI riflette: «Noi viviamo tutti più o meno di quello che una donna ci ha insegnato nella dimensione del sublime».23a - Paolo VI - Foto (1)

Montini ha un’esperienza personale senz’altro privilegiata, per l’epoca, data dall’impegno della mamma, Giuditta Alghisi, in diversi ambiti del movimento cattolico. Come lei, il giovane don Battista collabora alla rivista bresciana “La madre cattolica”, sulla quale, nel 1921!, scrive tre articoli favorevoli al voto (all’epoca, amministrativo) alle donne. Tra il 1924 e il 1933, quando è assistente della Fuci, è «maestro venerato e caro» anche delle studentesse, che hanno un altro assistente e sono inquadrate nella Unione Femminile Cattolica Italiana.

Montini, dal 1937 Sostituto e dal 1952 prosegretario di Stato, dalla sua frequentazione del personalismo francese ricava l’inserimento della questione femminile nel concetto di umanesimo integrale e cerca di coniugare questa visione con la morale tradizionale e l’apporto di psicologia, sociologia e delle diverse scienze umane.

Nel 1945 contribuisce alla nascita del Cif: il Sostituto conosce e sostiene diverse donne pioniere del movimento cattolico femminile come appunto Maria Federici, la fondatrice, una delle 21 donne su 556 deputati membri dell’Assemblea Costituente; e una delle cinque donne entrate nella Commissione Speciale dei 75 che elabora il progetto di Costituzione. L’arcivescovo Montini, sulla cattedra ambrosiana dal 1955 al 1963, mentre ripropone alle Donne di Azione Cattolica la concezione di impegno tradizionale, le spinge a mettere a frutto le loro qualità, in vista di un «umanesimo femminile» quali «figlie predilette della Chiesa». La loro vocazione personale, familiare e sociale, deve tradursi in una «missione», cosciente e dinamica, come nelle donne del Vangelo, che hanno assistito alla Pasqua del Maestro: «un primato di risurrezione, di vita nuova, di testimonianza». L’arcivescovo interviene più volte con gli imprenditori, cattolici e non, contro i licenziamenti per avvenuto matrimonio. Il card. Montini manifesta poi grande stima nei confronti delle consacrate e insiste perché si aggiornino culturalmente, per una testimonianza più efficace nel mondo moderno; lavora anche per il loro inserimento fattivamente collaborativo nelle parrocchie. Considerata la mediocre considerazione delle religiose in tanti ambienti ecclesiali, questa impostazione montiniana risulte felicemente nuova per le suore ambrosiane. Una bella intuizione dell’arcivescovo sono le ausiliarie diocesane, giuridicamente riconosciute in seguito.

Durante il pontificato, Paolo VI manifesta l’accettazione di una serie di dati di fatto storici sull’emancipazione della donna – il binomio parità-uguaglianza, la giustizia nel lavoro, la promozione sociale – che sente avvalorati in sede teologica ed ecclesiologica dai due documenti del Concilio Vaticano II in cui si considera il tema della donna: il decreto sui laici Apostolicam actuositatem e la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo Gaudium et spes.

Dal terzo periodo del Concilio sono ammesse come uditrici 23 donne; al quarto partecipa una coppia di coniugi messicani, José e Luz Alvarez-Icaza.

L’8 dicembre 1965 il papa consegna a Laura Segni e a due uditrici il Messaggio del Concilio alle donne, nel quale è disegnata la loro triplice missione nel mondo di oggi: «riconciliare l’umanità con la vita»; evangelizzare le istituzioni, la scuola, la famiglia secondo lo spirito del Concilio; e infine porsi come attive protagoniste della pace.

In Concilio le donne sono chiamate a partecipare solo a quelle congregazioni durante le quali si discutono problemi che possono interessare l’universo femminile, come precisa il papa, restrizione evidentemente fittizia; ma in realtà non hanno alcuna limitazione alla partecipazione alle sedute conciliari, anche se il pontefice non riterrà opportuno che una di loro, l’economista inglese Barbara Ward, prenda la parola. Al Sinodo del 1971 Paolo VI chiama due laiche come esperte sui problemi della giustizia e la Ward può intervenire. (segue)

Giselda Adornato