Lettera ad una professoressa

Lei si chiama Rosa Maria, ha 63 anni e insegna in un Istituto industriale a Palermo. Al momento sta a casa, sospesa per quindici giorni dal servizio (senza stipendio) su provvedimento dell’ufficio scolastico regionale.
Appartiene a un generazione di donne che in massa si sono dedicate alla professione docente: perché tradizionalmente la si ritiene adatta ai tempi delle donne – più facile da conciliare con i carichi di famiglia -; perché consente uno stipendio modesto e senza prospettive di carriera, ma sicuro – e le donne possono reggere l’estenuante precariato fino all’agognata assunzione in ruolo –; perché, si sa, occuparsi dei ragazzi è roba da donne. Sta di fatto che nelle scuole italiane di ogni ordine e grado le Rose Marie che lavorano con i “cuccioli della tribù” dai 3 ai 19 anni sono l’83% del corpo docente (4 su 5). Sono 2 su 3 negli istituti superiori , dove gli ultracinquantenni, uomini e donne, sfiorano il 70%. Rosa Maria rappresenta la docente-tipo ogni giorno a contatto con gli adolescenti-tipo del nostro oggi. Che minaccia ha determinato per la scuola italiana una prof al capolinea del suo finora onorato servizio?


Rosa Maria è punita, per quel che se ne sa, per non aver vigilato sul fatto – ovvero non aver impedito – che i suoi allievi quindicenni in un video dedicato alla Giornata della memoria operassero un confronto tra le scelte del Governo in carica e le leggi razziali del 1938, in tema di diritti umani. I commenti si concentrano su un dato: “Ha fatto politica”. Sottinteso: lo sanno tutti che “a scuola non si fa politica”. In fondo è naturale che l’area dell’educazione sia congeniale alle donne, proprio perché “fanno politica” meno degli uomini (in Italia meno che in tutto l’Occidente): le donne sono utili a proporre sani principi, regole di buona convivenza, esortazioni alla buona educazione; anche a scuola, dove smussano conflitti, consolano afflitti, si fanno carico di derelitti. Fino a che non arriva una Rosa Maria che i suoi allievi (quindicenni, di un ITIS, a Palermo…) si mette in testa di farli ragionare di diritti. Diritti: non nel codice di Hammurabi. Qui e ora.
Apriti cielo. Se in questo sta la minaccia per la scuola italiana (ma si fatica davvero a credere che sia così, tanto la sanzione appare grave) occorre osservare che sotto il cielo italico non c’è docente, donna o uomo che sia, che non si trovi ad affrontare con adolescenti – e con gli strumenti culturali di cui essi dispongono – confronti tra il passato e l’oggi: e Dio li benedica, visto il rimprovero comunemente mosso alla scuola italiana di essere blindata alle sollecitazioni del presente, di non saper coinvolgere i ragazzi e non educarne la capacità critica. E non c’è docente che non debba lavorare duro per tirar fuori i propri allievi dalle polarizzazioni banalizzanti e aggressive cui sono sottoposti dal sistema dell’informazione e dalle dinamiche della rete: vogliamo evocare qualche titolo di quotidiano nazionale o aprire a caso un sito on line? Dio li benedica due volte, gli e le insegnanti, se stimolano nei loro allievi un discorso oltre il mugugno inarticolato degli ultras da social: calcolando il fatto che l’esposizione di detti allievi ai contenuti proposti a scuola vale un decimo dell’immersione che subiscono nel sistema culturale globale.
Per quanto mi riguarda: ho 63 anni esattamente come Rosa Maria. Per vent’anni ho insegnato negli Istituti superiori dell’hinterland milanese: non ho mai chiesto ai miei allievi di autocensurarsi nello sfidarmi con domande sull’oggi e sono stata attenta a costruire con loro pezzi di risposta, che poi la vita avrebbe liberamente completato. Ma, ancora prima, come Rosa Maria ho frequentato il liceo nell’Italia degli anni di piombo, e ho avuto docenti che non esito a definire idealmente fiancheggiatori dalla cattedra degli estremismi di destra e di sinistra imperanti in quegli anni anche dentro le scuole milanesi. Non uno di loro subì ispezioni ministeriali, a mia memoria; e per quanto riguarda me e le mie coetanee di allora, il percorso per garantirci la nostra autonomia critica fu piuttosto rude, ma direi efficace. Ne beneficiamo ancora oggi, nel valutare ciò che è capitato a Rosa Maria.

Paola Pessina

Quella sospensione uno spropositato avvertimento di Milena Santerini (Avvenire)