La maternità surrogata e la strategia del fatto compiuto

L’utero in affitto è proibito in Italia dalla Legge 40 del 2004. Molte coppie (omosessuali e non),  però, ricorrono a questo tipo di pratica all’estero e poi chiedono la trascrizione della avvenuta nascita nei registri dello stato civile in Italia. In vari casi questo procedimento è stato “automatico”. Si tratta, quindi, di un aggiramento della legge, avanzando il diritto del/della minore alla continuità e alla famiglia.

Ora, la recente sentenza della Corte di cassazione sulla maternità surrogata (12193/2019) stabilisce che non può essere trascritto il provvedimento di un Giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un/una minore nato/a all’estero mediante il ricorso alla maternità surrogata e un soggetto che non ha con il/la minore alcun rapporto biologico. In altre parole, si ribadisce chiaramente che “concepire” un bambino/a unendo in molti casi il seme maschile, ovociti donati da un’altra donna e ricorrendo poi a una gestante è un’ offesa alla dignità della donna e un danno ad un bambino fatto nascere intenzionalmente senza madre biologica. Con la sentenza si evita la strategia del “fatto compiuto”: una volta in Italia, infatti, come mettere in pericolo una filiazione che si è già creata nel tempo (breve o lungo che sia) senza danneggiare il bambino/a stesso/a?. Questo dilemma e questa battaglia legale va avanti da anni: da un lato si arriva in Italia col bambino già “confezionato”, dall’altra si vuole mettere un argine a questa pratica, che mina le relazioni umane e comporta una catena di produzione con enormi vantaggi economici.

Ma l’altro punto importante della sentenza riguarda il rapporto tra utero in affitto e adozione. Nel caso di un bambino/a già arrivato in Italia, si dovrà ricorrere all’art.44 della legge 184/1983 che stabilisce le adozioni in casi speciali. Il genitore intenzionale, quindi dovrà adottare il figlio “biologico” dell’altro, e il giudice dovrà valutare caso per caso senza automatismi.

Alcuni si oppongono alla maternità surrogata in nome della dignità della donna; altri al diritto del bambino/a alla famiglia. In realtà offende l’una e l’altro, come abbiamo dimostrato vincendo (caso più unico che raro) la battaglia contro una mozione aperta alla pratica al Consiglio d’Europa nel 2016. Ci sono bambini già nati che attendono una famiglia e potrebbero essere adottati con l’art.44, ma si cerca il perfect baby costruito in laboratorio recidendo intenzionalmente i legami di filiazione. La sentenza potrà essere criticata perché ancora troppo “permissiva”. Purtroppo, se in altri paesi l’utero in affitto è lecito non si potrà difendere le donne dallo sfruttamento. Ma, almeno, scegliere l’adozione come criterio significa partire concretamente dal reale best interest del bambino.

Milena Santerini