La lettera delle claustrali sui migranti: un campanello d’allarme

Sono cristiane. Sono monache. Sono donne. Per questo, nel silenzio che è la loro scelta di vita, avvertono prima e più forte il rumore sordo di un odio che monta in Occidente – e nel nostro Paese – , e sta corrodendo il già precario lascito della cultura cristiana sulla quale l’Occidente medesimo ha coltivato e offerto al mondo i suoi frutti migliori.

Si torna a parole d’ordine – pre-cristiane e anti-cristiane – di chiusura nazionalista ed etnica, indicando al sospetto e all’ostilità ogni forma di accoglienza del diverso. Si torna a eleggere senza censure il potere e la ricchezza come forze dominanti della storia, da esercitare come diritto esclusivo, irridendo e aggredendo chiunque indichi un alfabeto di condivisione, di equa ridistribuzione di risorse che sono del pianeta, destinate a tutti.

L’appello  delle claustrali – redatto in comune da 62 diverse comunità di Clarisse e Carmelitane – ai Presidenti della Repubblica e del Consiglio perché avvertano questo rumore, diretto in particolare contro rifugiati e profughi, e facciano il possibile per arginare il pericolo e mettere in campo misure per presentare e affrontare il tema – epocale –  coerenti con i principi che hanno guidato fin qui le nostre democrazie, è facilmente liquidabile come un’ingenuità da suore. Da donne. Va detto, perché, mentre si sommano le adesioni, non mancano i commenti ironici, scettici, svalutanti (gli insulti li lasciamo da parte: seguono un copione fin troppo facile, trattandosi appunto di donne e di suore).

Sfugge il dato di fondo, quello già emerso quando in maggio le Clarisse di San Benedetto del Tronto esposero uno striscione con il passo evangelico Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me” e già allora generarono polemica: che diritto hanno le suore di prender parola pubblicamente in fatto di politica? Perché sentono la necessità di esporsi solo su alcuni temi e non su altri? E poi, che ne sanno le claustrali di come va il mondo là fuori? E infine: che cosa si fa nei loro monasteri per soccorrere i poveri, vicini e lontani?

Il dato di fondo è esattamente quello richiamato: chi è più lontano da logiche di potere e di accumulo, chi ha dato priorità nella sua esistenza a povertà, nascondimento, umiltà, avverte con maggior evidenza la minaccia che il dilagare incontrastato di queste logiche rappresenta. La sente sulla propria pelle, e le legge sulla pelle di quei “poveri”, di quei “piccoli” che il discorso dominante espone in blocco come invasori, delinquenti e aggressori.

Che non si possa parlare di accoglienza indiscriminata lo sanno perfettamente anche le suore; e lo sanno le donne, che della cura di esseri umani sono le principali titolari. Ma il diffondersi di un discorso di chiusura altrettanto indiscriminata verso “loro”  e di esaltazione del “noi” al di sopra di ogni limite, è la premessa di un precipizio che può ingoiare tutti. È quello che ci stanno ricordando le monache con il loro appello. Perché le donne sanno bene che in tutte le vicende storiche il prezzo più alto delle campagne d’odio lo pagano loro. E i loro figli, vittime o complici.

Le claustrali che rompono il silenzio e chiedono ad altre comunità religiose di farlo, sono un potente campanello d’allarme, per tutti.

Paola Pessina

Chi lo vuole condividere, può leggere e comprendere il senso del loro appello, qui.