Il sogno di Liana Millu

Cara Cecilia,

ecco una confidenza che la stupirà: in questi giorni ho avuto nostalgia di un sogno. Inoltre ho cercato forza ripetendomi un verso: “In piedi, vecchi! Per noi non c’è congedo”.

Il verso è di Partigia, una poesia di Primo Levi. Il sogno? Non fu mio in particolare: tutte le donne e tutti gli uomini deportati nei campi di sterminio lo sognarono. Se ne parlava tra noi, più ne parlavamo più diventava bello. Concerneva il ritorno a casa.

Che mondo purificato, rinnovato ci avrebbe accolti! Tutto il sangue che veniva versato, tutto il dolore che veniva sofferto operava a quel fine. In quel mondo fraterno, bandiere svasticate, proclami e programmi di morte, documenti di luoghi deputati all’odio, sarebbero finiti in musei dove i ragazzi potevano imparare a riconoscere i simboli della violenza, gli sviluppi del fanatismo. Avevamo bisogno di questo sogno. Ci credevamo, appassionatamente.

In questi giorni ho pensato anche a quelli che non tornarono. Morti laggiù ma convinti del sogno nella sua dolcezza. Si fosse realizzato…

Oggi noi vecchi si riposerebbe, comodi e tranquilli, in congelo. Purtroppo non possiamo. Anzi! Una ventina d’anni fa, quando negli stadi cominciarono a esibirsi grida e simboli di morte, ne fummo turbati: erano segnali. Intorno soltanto indifferenza, perfino una tolleranza benevola…

Per coagulare, svilupparsi e dilagare, la violenza ha bisogno di essere circondata dall’indifferenza. Pensateci ascoltando queste parole di Eli Wiesel, il Nobel che sperimentò Auschwitz a 14 anni.

Il contrario della pace non è la guerra MA l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza.

Liana Millu

Per anni questa lettera, dolente e fiera, che Liana Millu mi scrisse dopo che l’avevo intervistata nel 1992, mi è ritornata in cuore di fronte all’insorgere continuo dell’antisemitismo, al crescere del fanatismo, dell’intolleranza e del razzismo. Non c’è stato riposo per Liana Millu, fino alla sua morte nel 2005 a novant’anni. Ebrea, partigiana, catturata, deportata ad Auschwitz, a Birkenau, sopravvissuta ad orrori e sofferenze, tornò in Italia animata da quel sogno di una umanità riconciliata, di un mondo fraterno. È stata invece obbligata, “condannata” a testimoniare, ricordare, raccontare. Come ha fatto nel suo libro tenero e terribile Il fumo di Birkenau. La considerava una missione, soprattutto verso i giovani. Si dice che i violenti, i seminatori di odio siano una minoranza. Ma sono il silenzio e l’indifferenza della maggioranza a dare loro spazio e forza. Spetta a ciascuno di noi raccogliere il testimone di chi ha patito e patisce oggi la violenza e l’odio. Sabato 2 marzo di fronte al grande corteo a Milano per la manifestazione People-Prima le persone, ho pensato a Liana Millu, alla sua ostinata fede nell’uomo, ho immaginato il suo sorriso. E la sua speranza di poter finalmente riposare.

Cecilia Sangiorgi