Il miglior interesse dei bambini: non si torni indietro

L’indagine della Procura di Reggio Emilia su presunti illeciti su sei minori nella Val d’Enza è ancora in corso ma la strumentalizzazione mediatica e politica colpisce per la sua intensità. Scenari inquietanti di bambini sottratti alle famiglie da un gruppo di operatori conniventi, per essere dati in affidamento ad altre coppie “per motivi economici” destano ovviamente il massimo allarme e il massimo sdegno nell’opinione comune. Diverse le voci che colgono il segnale per accusare una società permissiva di questi e altri crimini contro la più naturale delle formazioni sociali: la famiglia.

Resta comunque difficile da credere che esistano famiglie che abbiano un qualche interesse, specie di tipo economico, a farsi carico di bambini grandicelli, in difficoltà, con un passato e una famiglia “pesanti”. Accogliere temporaneamente bambini a rischio è un compito arduo e difficile, che pochi vogliono affrontare. Le comunità del terzo settore nella grande maggioranza dei casi ricevono modesti contributi e ben pochi riconoscimenti, anzi da mesi sono sotto attacco di chi ha l’obiettivo di indebolire la fiducia nella vocazione alla solidarietà degli organismi no profit.

L’articolo 403 del Codice civile che permette l’allontanamento di un minore su giudizio autonomo dei servizi sociali è da tempo oggetto di proposte di revisione, ma di per sé dispone che una decisione così impattante sul bambino e sulla sua cerchia di relazioni venga presa da un insieme di soggetti, con al centro il Tribunale per i minorenni. Va anche chiarito che l’allontanamento non sempre è per abusi di tipo sessuale, ma nella maggioranza dei casi avviene per trascuratezza, abbandono di fatto, maltrattamenti psicologici: quanti bambini, anche se non hanno i lividi, crescono in ambienti che compromettono il loro equilibrio e il loro futuro?

La “legge del sangue” può essere spietata con loro: i casi di cronaca anche recenti che documentano il precipitare di relazioni tra adulti degradate che si scaricano sui piccoli, come quello di Giuseppe, di 7 anni, ucciso a botte in provincia di Napoli dal patrigno, scatenano reazioni altrettanto radicali nella medesima opinione comune: non si poteva intervenire prima, dato che il bimbo e la sorellina si presentavano spesso a scuola con i segni delle percosse? Dov’erano i servizi sociali e la scuola in questa e in tante altre situazioni? Perché i servizi sociali non sono stati oggetto di una mobilitazione di protesta per questo e mille altri casi di grave omissione?

La “legge del sangue” non può essere l’unico criterio per stabilire il miglior interesse di un bambino. Si tornerebbe indietro distruggendo quella cultura del minore faticosamente costruita, da Nomadelfia alla Comunità papa Giovanni XXIII, o da magistrati come Alfredo Carlo Moro. Una famiglia che non rispetta un bambino non può essere intoccabile solo perché “di sangue”. Questa è l’inquietante  regressione culturale che si avverte nelle prese di posizione più sguaiate di questi giorni, che semplificano la vicenda di Bibbiano come una prevaricazione di ricchi ideologizzati su poveri innocenti.

Qual è la scelta migliore per un bambino in situazione di rischio: restare o no con una madre instabile o con un padre violento? affidarlo a un nonno o ad una coppia idonea? Indubbiamente la migliore cultura pedagogica da tempo afferma che il bambino si aiuta con la sua famiglia d’origine, anch’essa fragile, anziché contro: ma l’allontanamento (temporaneo o meno) può essere in alcuni casi l’estrema soluzione.

Ogni scelta è da operare nel “miglior interesse” del minore; e il  best interest, affermato in tutti i documenti internazionali non è assoluto, ma dipende dalla situazione.   La protezione minorile è un sistema dove devono in ogni caso convergere più punti di vista professionali: ciò che non si è verificato nella vicenda emiliana, con il “paradossale inceppo degli ingranaggi giudiziari” denunciato da Luciano Moia su Avvenire.

Se, come nel caso di Bibbiano, appaiono troppi i casi di allontanamento in una stessa area, è doveroso valutare se si è di fronte a un eccesso di tutela ideologizzata, cioè un pregiudizio sistematico verso le famiglie di origine in difficoltà; se si hanno le prove di cosciente manipolazione della volontà dei bambini, è indispensabile procedere secondo i termini di legge, e subito. Ma occorre essere sicuri che – invece – non si stia omettendo di intervenire con decisione a loro tutela, come avviene in altri Comuni dove si tace spesso, purtroppo, sugli abusi.

Ma sottoscrivere l’accusa indiscriminata ai servizi di “rubare i bambini” a danno di famiglie innocenti potrebbe costare caro al sistema di tutela e ai tanti Giuseppe che d’ora in poi si avrà ancor più paura di difendere. La strada, invece, è il controllo interno ai servizi sulle scelte operate, e la riforma del sistema indicata dalla Garante Nazionale per l’infanzia, Filomena Albano. In ogni caso “giù le mani dai bambini” va detto non solo a chi pretende di salvarli contro la loro famiglia, ma soprattutto a chi sta usando questo caso per minare la fiducia nel sistema di tutela pubblico e di tante associazioni e comunità del Terzo settore verso bambini e famiglie vulnerabili.

Milena Santerini

 

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