Il diavolo veste Prada. L’identità veste noi

Non è azzardato dire che l’abito umanizza il corpo.

L’uomo nasce nudo. Subito gli viene dato un nome ed un abito che non è solo protezione del corpo, ma qualcosa che lo identifica e lo fa parte di un contesto sociale, la famiglia. È l’abito che indica il neonato come appartenente alla specie umana: gli animali non ricevono in dono alla nascita un abito, al massimo si rivestono di peli o di piume. Una annotazione “cronologica” che ci indica un fatto essenziale dell’abbigliamento, del vestito: il suo legame con l’identità personale. Il vestito “trasforma” il corpo nudo del neonato, in individuo appartenente all’umanità, lo fa membro di un contesto sociale e familiare. Basterebbe riflettere sull’attenzione e cure della famiglia nel preparare gli abiti del neonato.

Già queste osservazioni sulle prime ore di vita dell’individuo ci segnalano il rapporto tra corpo, abito e identità personale. L’abito regala al corpo -mi regala- una storia, la mia storia, la mia appartenenza sociale, la mia funzione nella società, la mia età, i miei gusti, il mio sesso, la consapevolezza che ho di me stessa, del mio valore, la consapevolezza della mia libertà, in una parola la mia identità. L’abito è un modo di “vivere” il corpo, di caricarlo di significato. Il corpo nudo, in quanto tale, di per sé non parla, non ha significati, a meno di utilizzarlo come superficie per raccontare uno stile di vita, i tatuaggi, per esempio, hanno questa funzione.  Sarà la gestualità a caricare di senso il corpo nudo. Privo del capo, e quindi del volto, il corpo non è neppure in grado di identificare l’individuo: in quel caso, come già detto, si cercano segni particolari che permettano di identificare a chi apparteneva il corpo in questione. Nudo e sensualità sono legate all’incompletezza del parzialmente scoperto. Il nudo parziale esalta l’attrattiva potenziale del corpo, rinvia a una fase successiva dello svestire, il nudo totale è invece concluso e spogliato di ambiguità. Non lascia campo all’immaginazione a meno di osservarlo secondo altri punti di vista che non sono l’identità della persona. Della Nike di Samotracia, o in altre statue pervenuteci, prive di volto, ammiriamo le perfette proporzioni del corpo, espressione di bellezza secondo i canoni greci.

Tradizionalmente all’abito vengono assegnate le funzioni di coprire il corpo -per ripararlo dagli agenti atmosferici, per custodire l’intimità- e di adornarlo. Ma anche di raccontare chi si è: cioè rappresentare l’identità personale di quel corpo concreto. Esprimere in nome del corpo e quindi della persona, l’età, il ruolo, la posizione sociale, la professione, l’appartenenza o anche una certa personalità -romantica, piuttosto che sportiva, autorevole piuttosto che frivola, creativa piuttosto che tradizionalista e così di seguito. L’abito insomma “struttura” in qualche modo, non solo l’identità antropologica, ma anche culturale di chi lo indossa. (1-segue)

Federica Colzani