Il diavolo veste Prada. L’identità veste noi (2)

(Segue) L’abito mi permette di avere uno spazio sociale chiaro nei confronti degli altri, mi rappresenta in società, parla di me, dice la percezione che ho di me stessa, ma anche la percezione che gli altri possono avere di me. Il legame, ad esempio, tra abito e ciò che si deve o si vuole apparire è determinante per il riconoscimento dell’appartenenza ad un gruppo: in questo caso l’abito è un simbolo e come tale esibito. Il tartan è un simbolo ed è esibito con l’orgoglio di appartenenza ad un determinato clan. Oppure l’abito è il simbolo di una funzione/servizio: è il caso della divisa per il militare o dell’abito talare per il sacerdote.

Ma c’è ancora altro. Ognuno di noi assume diverse funzioni sociali; funzioni che di fatto si esprimono in qualche modo in “identità successive”, “contingenti”, manifestazioni della singolare ricchezza della persona, sfaccettature della sua identità, espressioni del proprio ruolo sociale. Ci vestiamo diversamente quando svolgiamo una funzione professionale nella sfera pubblica da quando esercitiamo la funzione paterna/materna nella sfera del privato. Se ci troviamo in un momento di relax -allo stadio con gli amici tifosi-, o quando siamo in un contesto sociale anche di relax, ma comunque rappresentativo del nostro status l’abbigliamento sarà diverso. Ci si veste diversamente per una cena di lavoro in un ristorante super raffinato e per una cena in trattoria con la famiglia. In questo caso dobbiamo dire che abito è il veicolo per assumere queste “successive identità”, diverse secondo una “scelta” contingente e momentanea: l’abito aiuterà a impersonare quella identità che è utile o necessaria nel momento attuale.

foto di Margherita Lazzati

Identificarsi attraverso l’abito non rappresenta un aspetto negativo del fare e del comportamento della persona o un tradimento della propria identità perché l’identità di una persona matura si esprime anche attraverso le diverse funzioni che svolge nella società. Il nostro Arcivescovo nell’incontrare lo scorso 25 novembre gli operatori della Moda diceva: “La grande tradizione della Moda d’alta qualità che rende Milano famosa nel mondo è esperta nell’interpretare le occasioni. Per ogni occasione ci vuole un abito adatto.  E’ significativo che il Vangelo dedichi attenzione a come vestiva Giovanni che battezzava nel deserto: era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi. Giovanni diceva della sua missione non solo con le sue parole, ma anche con il suo modo di vestire. Potremmo dire che vestiva in modo adatto all’occasione. L’abito per l’occasione è una metafora per dire che cogliere l’occasione non è solo un’intenzione che ciascuno custodisce o seppellisce nel suo intimo, ma è un desiderio di comunicare. L’abito per l’occasione rivela: <Sono contento di partecipare a questa occasione, vi partecipo con simpatia, quello che succede mi prende, mi coinvolge, desidero presentarmi con un abito adatto>. L’abito per l’occasione si può prestare anche all’esibizionismo, allo sperpero, alla seduzione, alla stranezza che può ridurre le persone a manichini per pensati per far vedere il vestito”.

Con parole garbate il nostro Arcivescovo riprende, chissà se consapevolmente, ciò che affermava a suo tempo la prima donna stilista d’avanguardia Coco Chanel: “Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se è ben, impeccabilmente si nota la donna.”, e “Di quante preoccupazioni ci si libera quando si decide non di essere qualcosa bensì qualcuno”.

L’uomo postmoderno vive però come oscillante nella preoccupazione di apparire qualcosa e non di essere qualcuno. Nella sua identità liquida, ha poche radici su cui costruire la propria identità, sradicato dalle tradizioni, dalla cultura delle sue origini, dalle storie familiari. Identità dunque che, attraverso l’abito, possono liquefarsi, spersonalizzarsi. Non un “pezzo unico”, ma un oggetto fatto in serie. Basti pensare al rapporto storico che si è creato nei regimi totalitari tra abbigliamento ridotto ad uniforme per tutti e violazione della dignità personale: vestirsi in modo conforme alla mia identità/dignità è veramente espressione di libertà. Se l’abito non rispecchia l’età, il ruolo, l’appartenenza ad una condizione sociale, non è una rappresentazione della persona, una presentazione della propria identità a favore degli altri, è una maschera, un travestimento, una non verità su di sé.

“Di quante preoccupazioni ci si libera quando si decide non di essere qualcosa, ma qualcuno” … E’ dunque questa una sfida per l’uomo postmoderno. Ed è anche ciò che spiega il circolo fra moda, consumi e identità, su cui -se i lettori vorranno- potremo continuare a riflettere. L’abito per umanizzare il corpo, per narrarci, per suggerire chi siamo, non per esibire, ma per rivelare.

Federica Colzani