Ero anch’io sul Frecciarossa

Mi ha sempre molto colpito sentire pronunciare il termine femminicidio. Poi quando mi sono trovata ad accogliere donne con i loro bimbi vittime di abusi e di violenze, la sensazione di rabbia mista a disagio è aumentata. Mai però avrei pensato di trovarmi in mezzo a simili dolorose vicende, nel vero senso del termine. Giovedì scorso (7 novembre) ero sul Frecciarossa diretto a Roma per andare a un incontro con il Gruppo di lavoro “Custodia del creato” della CEI. Partita da Milano con qualche minuto di ritardo, il viaggio è proseguito nella norma fino a un certo punto, quando ci ha raggiunto un messaggio, che viene tradotto anche in inglese e ripetuto più volte: si cerca con urgenza un medico a bordo. “Sicuramente un malore”, pensiamo ignari di tutto quanto stava accadendo, a sole due carrozze di distanza dalla nostra. Arrivati a Bologna, e dopo aver visto il personale del pronto soccorso, ci rassicuriamo e pensiamo di riuscire a proseguire normalmente il nostro viaggio. Invece, dopo un periodo di attesa, ci fanno scendere perché “la scientifica deve svolgere delle indagini”. “Ma allora cosa succede?” ci chiediamo impauriti. Nel tragitto che ci porta al nuovo binario iniziano i primi commenti. “Sembra un accoltellamento, da parte di un uomo alla sua ex compagna”. Sul binario 1 siamo tutti vicini, ci sono 10 gradi, ci guardiamo intorno spaesati, infreddoliti e intimoriti, nonostante il personale di Trenitalia non ci abbia mai lasciato. Ma ecco che lì e per tutto il giorno assisto al miracolo. Iniziamo a parlare tra noi, perfetti sconosciuti, ci confrontiamo, ci prendiamo cura di un signore ipovedente che non sia mai lasciato solo, e così è stato. Parliamo dei treni, delle donne vittime di violenza, dell’educazione. Ci auguriamo che la donna possa rimettersi presto. Un giovane uomo dice quasi subito: “ringrazio mia mamma che mi ha educato a rispettare le donne sempre”. Riusciamo finalmente a prendere il nuovo treno per Roma. Vado alla mia riunione un po’ frastornata, con un’ora e mezza di ritardo. Dopo poche ore devo già rientrare e sul nuovo convoglio si ripete lo stesso “effetto benefico” dell’andata, le mie vicine di posto sentono della mia telefonata in cui racconto la difficile vicenda vissuta e vogliono sapere di più. Chiudo il pc e ci mettiamo a parlare ancora di donne e violenza e soprattutto noi adulte ci rivolgiamo alla più giovane delle tre: diciasettenne molto attenta. Si costituisce un’altra piccola comunità dove ciascuna diventa elemento arricchente per l’altra, per la forza della relazione. Penso alla potenza della comunità, del sentirsi dono gli uni per gli altri ma anche alle solitudini che emarginano, rendono vulnerabili e prego perché piccoli episodi isolati di bene aiutino a cambiare rotta.

Gloria Mari