Donne e Shoah

Molte vittime della Shoah furono donne. Nel buio dei campi non si distinguono uomini o donne perché l’umanità stessa doveva essere sottratta ai deportati per non far riemergere nei persecutori e negli spettatori un sentimento di compassione e di vicinanza. Come scrive Primo Levi:

‘Considerate se questa è una donna / Senza capelli e senza nome / Senza più forza di ricordare / Vuoti gli occhi e freddo il grembo / Come una rana d’inverno.”

Ma l’umanità era solo celata, nascosta   perché un essere umano resta sempre tale anche quando è percosso, sfinito, torturato isolato da tutti. Nei racconti delle donne sopravvissute alla Shoah ricorre il ricordo della nudità di chi non ha più nulla; non solo i vestiti ma la famiglia, la casa, la vita di prima. C’è il ricordo della disperazione per quello che avevano lasciato, soprattutto le madri che difendevano i loro figli fino all’estremo.

Né migliori né peggiori degli uomini, le donne hanno attraversato il buio della Shoah affrontando fame, freddo, percosse, solitudine, abbandono con il continuo stupore, l’incredulità che si potesse arrivare a tanto

In tutte le razzie e nei rastrellamenti come quello del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, infatti, fuggivano e si nascondevano i giovani maschi, pericolosi in guerra, mentre restavano in casa donne e bambini perché si pensava che non sarebbero stati presi. E invece furono presi. Si salva – come racconta Anna Foa – chi si accorge in tempo che i tedeschi prendevano proprio tutti .

Janina Bauman ricorda una paura che non finiva mai nel ghetto di Varsavia. Nel convoglio del 24 gennaio 1943, ricorda Charlotte Delbo, 230 donne entrano a Birkenau. Il 3 agosto sono rimaste in 57. Annette Epaud, una resistente, è sorpresa dare acqua a una donna ebrea del blocco 25 e viene mandate anche lei al gas.

Settimia Spizzichino fu l’unica donna scampata alla deportazione a Roma. 47 ne ha viste morire. Celia Stojka racconta la morte delle donne rom nei campi.

   I sommersi sono tutti uguali, uomini e donne, bambini e vecchi, tutti quelli che non sarebbero tornati a raccontare. Ma le donne sanno e vogliono raccontare. Dice Goti Bauer “Parlo al plurale perché la sofferenza che abbiamo vissuto lì è di tutti”.

 Le donne raccontano degli altri come fa Liliana Segre, attorno alla quale è nata l’esperienza del Memoriale della Shoah di Milano,  che nonostante la fatica della testimonianza ha scelto di continuare a raccontare in nome di Violetta Silvera, Janine, Lina Besso, Bianca Levi, la signora Morais e altri : una lezione di vita per tutti noi.

Edith Bruck esce dal lager senza odio o desiderio di vendetta provando un’immensa pietà per l’umanità e spiegando ai più giovani che non è mai tutto perso.

Certo, c’era chi maltrattava e puniva anche tra le donne, le Kapo, le spie come Celeste (detta “Stella di piazza Giudia”). Come sappiamo da Hannah Arendt non c’è bisogno di capacità eccezionali per compiere un male banale ma proprio per questo più pericoloso, dettato non da una radicale volontà ma dal conformismo dei singoli. Le persone si adeguano con passività stupefacente ad una logica del “noi contro loro”, accettano che si tolgano diritti ad alcuni solo per la colpa di essere nati.   Ed è una donna, Gitta Sereny, che dopo la guerra si immerge in quelle tenebre e intervista a lungo Franz Stangl direttore del campo di Treblinka per capire cosa sentiva mandando a morte le persone, ed è  a lei che Stangl spiega “Raramente li vedevo come persone. per me era sempre e soltanto un’enorme massa”.

La storia riporta tanti casi di amicizia tra le donne, come quella tra  Margaret Buber Neumann, Milena Jesenska, Germaine Tillion. Non sappiamo se questo nasca da un altruismo materno ma sicuramente in vari casi le donne hanno saputo creare uno spazio di libertà, dignità e aiuto reciproco anche solo stando insieme. Restare umani nel lager non era eroismo ma “autoconservazione”.

Il ricordo del raro ma prezioso altruismo nei campi e dei Giusti dell’umanità, fa riflettere anche oggi, in un momento in cui si indeboliscono il legame e la solidarietà tra “noi” e gli “altri” che percepiamo come estranei oppure si colpevolizza chi aiuta o salva le vite di questi “altri” in mare o altrove e sembra prevalere il noismo, l’egoismo de noi di cui parla Primo Levi.

Milena Santerini