Ci chiedono la Parola

Giulia mi sfida, con il piglio tipico della liceale diciassettenne. Non è una ribelle, ma la provocazione è inequivocabile: “Paola, ma nel Vangelo c’è una parabola sola?”. Trasecolo: “No… lo sai anche tu. Perché me lo chiedi?”. “Perché sono stufa di sentirmi narrare la parabola del Padre Buono. Che Dio è buono me lo state ripetendo da quando avevo quattro anni. D’accordo: e poi?”

Il messaggio di questa giovane donna è preciso: non mi autorizza a ritenere che la sua appartenenza a una comunità di credenti sia un dato scontato. Giulia ha seguito il percorso classico dei nostri ragazzi in parrocchia: oratorio e catechesi  dell’iniziazione cristiana. Non poteva essere diversamente in una famiglia come la sua, come la nostra. Ma il percorso lei lo ha interrotto, disorientando genitori e nonni, che l’hanno vista sempre meno disponibile a frequentare momenti e ambienti ecclesiali.

Non mi basta liquidare l’insofferenza delle Giulie che conosco, sempre più precoci e numerose, come un problema dell’età e del contesto: distratte da una grandinata di offerte di informazione e consumo, contagiate da amici che snobbano ogni proposta pastorale,  attratte come i loro coetanei  da divertimento e trasgressione… Trovo invece nella sua provocazione una chiave di lettura, e chiara. Giulia ha fame. La sua domanda interpella noi adulti che continuiamo a proporle omogeneizzati di Vangelo: Giulia chiede che alimentiamo da adulti – ammesso che noi stessi disponiamo di conoscenze, argomenti e voglia di riflessione e confronto vitali – la sua scelta di credere. E di appartenere – o no – alla comunità dei credenti in Gesù.

Ripenso alla grazia di aver vissuto la Chiesa Ambrosiana dei miei 17 anni, quasi mezzo secolo fa, che osava metterci in mano il Vangelo, e addirittura la Bibbia, tutti interi: proponendo a giovani maschi e femmine, certo né intellettuali né socialmente privilegiati, maestri, contesti e opportunità di contatto intenso con la Parola. Non aveva paura di chiederci di pensare. E di offrirci gli strumenti per farlo, dai corsi biblici alla pratica della lectio divina, declinando l’affermazione-cardine circa l’esistenza e la bontà di Dio – in sé apodittica e in fin dei conti generica – nella complessità e nella ricchezza di domande della nostra esperienza umana. Quella più profonda come quella quotidiana.

Guardo Giulia e sono io che la sfido: “Quanto tempo mi dai per leggere con te la parabola dei talenti?”

Paola Pessina